Il trasferimento e l’accoglienza della popolazione di lingua italiana nel 1915: il caso della provincia di Sopron

La prima guerra mondiale cambiò radicalmente non solo la vita dei soldati che combattevano al fronte, ma sconvolse anche quella di quelli che erano rimasti a casa. Ciò riguardava non solo la popolazione che viveva in prossimità delle zone di operazioni, ma anche chi abitava a centinaia di chilometri di distanza. Nella primavera del 1915 arrivarono in varie località del Regno d’Ungheria treni speciali dai quali scesero persone di madrelingua italiana: donne, bambini, anziani. Si trattava di famiglie costrette ad abbandonare le proprie case a causa dei combattimenti imminenti. Alle autorità locali e alla popolazione fu affidato un ulteriore compito: garantire alloggio, cibo e condizioni di lavoro adeguate ai nuovi arrivati. Anche la provincia di Sopron fu coinvolta in questo processo, che illustreremo prendendo proprio questa come esempio. Il testo di Kármen Tóth, vincitrice del Premio Roberto Visintin 2026, è stato redatto in base al suo contributo.

Perché hanno dovuto abbandonare la loro casa?

Il Regno d’Italia non partecipò alla prima guerra mondiale nel 1914 e proclamò la neutralità, dissociandosi così dalla Triplice Alleanza fino ad allora in vigore. La sua posizione di neutralità cessò nel maggio del 1915, quando dichiarò guerra alla Monarchia schierandosi dalla parte dell’Intesa.. I vertici politici e militari austro-ungarici, tuttavia, si aspettavano già questa mossa e avevano quindi avviato già in precedenza il trasferimento di una parte della popolazione dell’Istria e delle zone lungo l’Isonzo, in parte per proteggerla e in parte per evitare un suo eventuale passaggio alla parte avversa.

La composizione etnica del Litorale Austriaco, interessato dal trasferimento, secondo i dati del censimento del 1880. Le aree abitate dagli italiani sono indicate in blu.La composizione etnica del Litorale Austriaco, interessato dal trasferimento, secondo i dati del censimento del 1880. Le aree abitate dagli italiani sono indicate in blu.
(Fonte: Wikipedia. )

Esistevano i presupposti giuridici per il trasferimento della popolazione: da parte austriaca, l’articolo 20 della Costituzione austriaca del 1867 e una legge del 1869 consentivano al governo austriaco di limitare le libertà dei cittadini in caso di stato di emergenza, mentre dalla parte ungherese ciò era garantito dall’articolo della legge LXIII del 1912 sulle misure eccezionali in caso di guerra. Ora non restava che metterle in atto.

I trasferimenti furono organizzati dalle autorità superiori. Inizialmente si iniziò a trasferire la popolazione nelle province ereditarie austriache. Tuttavia, le strutture di accoglienza predisposte in loco si rivelarono insufficienti, oltre ad essere sovraffollate. Inizialmente il governo ungherese si oppose all’accoglienza della popolazione italiana, ritenendola una questione di competenza interna dell’Austria, ed era disposto ad accogliere solo i profughi provenienti dai paesi della Corona ungherese. Tale resistenza, tuttavia, non durò a lungo. In base a una direttiva segreta del Ministero degli Interni austriaco del 12 aprile 1915, prevedeva l’accoglienza dei profughi in 12 province e in 4 città reali libere; di conseguenza, era necessario avviare i preparativi necessari a tal fine. Il governo di István Tisza cedette di fronte ai preparativi politici e militari messi in atto dalla parte italiana. I prefetti affidarono il censimento delle risorse ai responsabili dei distretti e dei comuni. Da questi censimenti è tuttavia emerso che le risorse finanziarie dei comuni ungheresi si erano ridotte a seguito delle precedenti ondate di rifugiati.

I giornali ungheresi dell’epoca spesso si riferivano ai profughi semplicemente come “italiani”, ma quelle persone che arrivavano sul territorio del Regno d’Ungheria erano italiane solo per quanto riguarda la lingua madre. In base alla loro cittadinanza, erano cittadini della Monarchia Austro-Ungarica. Pertanto, le definizioni utilizzate dalla stampa non riflettevano sempre con esattezza lo status giuridico dei nuovi arrivati.

Il trasporto dei rifugiati italiani in carri bestiameIl trasporto dei rifugiati italiani in carri bestiame
(Fonte: K.K. Flüchtlingslager – Gli istriani nei campi di internamento austro ungarici di Gianclaudio de Angelini .)

Lo scopo dell’evacuazione era principalmente quello di garantire un alloggio sicuro alla popolazione proveniente dalle zone di confine a rischio, e il Regno d’Ungheria svolse in questo un ruolo transitorio. Secondo i piani, si intendeva trasferire il prima possibile i profughi giunti in Ungheria verso territori austriaci, a Leibnitz e nella vicina Wagna. Per le persone coinvolte, tuttavia, tutto ciò significava dover abbandonare la propria terra natale e l’ambiente a loro familiare per cavarsela per un periodo indefinito in un luogo a loro estraneo. L’attuazione delle direttive centrali comportò un onere notevole anche per le comunità locali, poiché a causa della guerra molti avevano già bisogno di aiuto in precedenza.

L’arrivo dei rifugiati

Gli italiani furono distribuiti in diverse province del Paese; così avvenne anche nel caso di Sopron, dove prima del loro arrivo erano stati sistemati abitanti della Galizia e della Bucovina. Oltre che nei centri abitati della provincia di Sopron, un numero significativo di residenti di madrelingua italiana e slovena fu indirizzato anche in altre parti del Paese.

Folla alla stazione ferroviaria di Sopron nel 1915.Folla alla stazione ferroviaria di Sopron nel 1915.
(Fonte: Fortepan; dono del Museo di Göcsej / lascito Morandini-Schlemmer; numero della foto: 172375)

Era necessario provvedere all’alloggio e al sostentamento dei nuovi arrivati nelle città e nei centri abitati più piccoli della Grande Pianura e del Transdanubio. Dai giornali locali emerge chiaramente che, sebbene il compito fosse simile ovunque, le circostanze specifiche e l’accoglienza che ne derivava variavano tuttavia da un centro abitato all’altro.

Il 20 maggio 1915, i rifugiati italiani furono tra i primi ad arrivare nella città di Sopron a livello nazionale; in quell’occasione, tuttavia, ne giunsero solo 90, di cui 43 bambini orfani che furono affidati alle orsoline di Sopron.

Monastero delle orsoline di Sopron.Monastero delle orsoline di Sopron.
(Fonte: Sopronanno.hu)

La loro accoglienza si rivelò difficile, poiché non erano preparati all’arrivo immediato dei rifugiati, avendo ricevuto i piani di sistemazione dal Ministero dell’Interno solo il giorno precedente. Due giorni dopo, tuttavia, anche a Kapuvár arrivarono gli italiani; contrariamente ai piani iniziali, però, il loro numero era doppio rispetto a quanto previsto. In seguito si scoprì che per errore erano stati assegnati anche i rifugiati di un altro distretto (Csepreg), ma non fu più possibile reindirizzarli, poiché a Kapuvár erano già arrivati i rifugiati previsti. Nel caso della provincia di Sopron, in 6 dei 7 distretti furono sistemati dei profughi, il cui censimento all’epoca dell’insediamento è stato conservato.

Distretto di Csepreg Distretto di Csorna Distretto di Kapuvár
Località Persone Località Persone Località Persone
Iváni 66 Rábatamási 32 Fertőendréd 23
Répczeszemere 36 Rábapordány 13 Fertőszergény 14
Pusztacsalád 30 Dör 12 Mihályi 61
Bő 48 Szilsárkány 23 Süttör 38
Felszopor 26 Rábacsanak 11 Babot 33
Újkér 26 Szil 25 Veszkény 18
Lővő 38 Egyed 34 Szárföld 39
Nemeskér 10 Acsalag 8 Fertőszentmiklós 52
Csepreg 19 Bősárkány 11 Csapod 41
Totale: 310 Magyarkeresztúr 27 Vitnyéd 32
Farád 30 Kisfalud 51
Bogyoszló 15 Röjtök 9
Sopronnémeti 9 Hövej 27
Potyond 5 Agyagos 15
Szany 49 Osli 29
Csorna 1 Vásárosfalu 4
Totale: 305 Rábakecöl 16
Edve 6
Eszterháza 26
Muzsaj 7
Ebergőc 10
Beled 62
Vica 14
Páli 25
Cirák 9
Dénesfalu 5
Gyóró 27
Totale: 693

 

Distretto di Kismarton Distretto di Nagymarton Distretto di Sopron
Località Persone Località Persone Località Persone
Sérc 28 Nagymarton 76 Fertőboz 16
Fertőszéleskút 44 Borbolya 7 Lakompak 40
Nagyhőflány 34 Zemenye 7 Haracsony 37
Szárazvám 27 Savanyúkút 31 Nagycenk 50
Szarvkő 62 Tormafalu 30 Pereszteg 52
Oka 50 Félszerfalva 27 Somfalva 37
Fertőfehéregyháza 55 Siklósd 36 Sopronkeresztúr 56
Feketeváros 24 Rétfalu 20 Küllő 16
Totale: 324 Márczfalva 21 Totale: 298
Szikra 19
Pecsenyéd 61
Lajtaszentmiklós 6
Totale: 335

 

La città reale libera di Sopron: 255 persone; la città reale libera di Kismarton (oggi Eisenstadt, Austria): 45 persone; la provincia di Sopron in totale: 2.565 persone da assistere.

L’amministrazione di Kapuvár ha dovuto quindi agire rapidamente per provvedere ai profughi, poiché non poteva lasciare quelle persone a se stesse. Da un momento all’altro, l’amministrazione comunale dovette organizzare il vitto e l’alloggio per centinaia di persone; si recarono anche presso le osterie e i locali di ristorazione della zona per chiedere aiuto nel fornire il vitto, ma questi non furono in grado di assumersi tale incarico. Alla fine, fu la mensa dell’ospedale locale ad accettare di risolvere il problema. Anche la tenuta locale e la popolazione hanno contribuito al loro sostentamento.

Cartolina di Kapuvár da circa 1910.Cartolina di Kapuvár da circa 1910.
(Fonte: Kapuvar.hu)

Da alcuni casi imprevisti emerge quanto fosse difficile attuare le direttive centrali: nonostante la provincia fosse già stata informata in precedenza della presenza dei rifugiati, era difficile provvedere al loro alloggio e al loro sostentamento.

Per la popolazione locale, la vista dei nuovi arrivati rappresentò al tempo stesso un’esperienza sconvolgente e un incontro inaspettato con un’altra cultura. Diversi giornali scrissero che le usanze degli italiani ospitati erano piuttosto strane e spesso sottolinearono anche la loro povertà, ma quest’ultima veniva attribuita alle conseguenze della guerra. Si sottolineavano piuttosto le differenze di stile di vita tra i profughi in arrivo e la popolazione locale.

Da alcuni resoconti apparsi in diverse parti del Paese emerge che l’incontro con un’altra cultura non ha scosso solo la popolazione ungherese, ma anche gli italiani. Da un articolo pubblicato sulla rivista Dunántúl emerge inoltre che ai profughi non piacciono i piatti ungheresi; ciononostante, diversi giornali invitano la popolazione ad aiutarli a provvedere al loro sostentamento.

Nella stampa della provincia di Zala invece compaiono articoli molto più empatici nei confronti degli italiani; ad esempio, sul giornale Balatonfelvidék si legge: «Il treno li ha portati qui, persone di lingua straniera, sebbene tra fratelli». La solidarietà iniziale, tuttavia, si affievolì ben presto. La popolazione era ormai sfinita dal doversi occupare dei rifugiati giunti in precedenza e il continuo aumento dei prezzi non aiutava certo la situazione, tanto che la popolazione aveva raggiunto il limite della propria capacità di sopportazione.

Le notizie apparse sulla stampa già dopo un mese e mezzo lasciano intravedere tensioni sociali che indicano come la popolazione ungherese non fosse pronta ad affrontare una nuova ondata di rifugiati. Ciò vale anche per la provincia di Sopron.

L’accoglienza iniziale riservata dagli italiani rifletteva bene la contraddittoria solidarietà sociale caratteristica del primo anno di guerra. Nelle province, le autorità locali e la popolazione civile compirono notevoli sforzi per fornire ai nuovi arrivati cibo caldo e alloggio. Con il passare delle settimane, tuttavia, il numero dei profughi continuò ad aumentare, e le scarse risorse locali insieme all’aumento dei prezzi logorarono la pazienza della popolazione. L’esaurimento della comunità locale portò inevitabilmente all’indifferenza, e l’accoglienza cordiale iniziale fu sostituita dal rifiuto e da una fredda presa di distanza.

Scontro tra culture – le difficoltà legate all’accoglienza dei rifugiati

L’accoglienza dei rifugiati italiani rimaneva incerta anche dopo la ripartizione all’interno dei distretti; nonostante le famiglie ospitanti ricevessero un sostegno dallo Stato, questo non era sufficiente per garantire ai rifugiati una sistemazione in condizioni adeguate. Ciò dovuto alla mancanza di appositi campi profughi, il che costringeva le autorità locali a ricorrere a soluzioni improvvisate. In alcuni casi venivano sistemati in edifici scolastici, magazzini o, nel caso di Sopron, nella tenuta Brand, appartenente a Sopron; ma ad esempio a Pécs capitava anche di dover dormire all’aperto per un certo periodo a causa della mancanza di spazio.

Nella provincia di Sopron circolavano numerose segnalazioni secondo cui la popolazione locale si lamentava del fatto che i profughi italiani lì alloggiati non si lavassero e non volessero lavorare. Anche le condizioni igienico-sanitarie e il timore delle epidemie rappresentavano un grave problema. Per risolvere la situazione, a Szeged, su ordine del medico capo militare, i nuovi arrivati venivano sottoposti a una quarantena di cinque giorni e fu anche avanzata l’idea di costruire un bagno disinfettante, ma il progetto non fu realizzato a causa della mancanza di risorse finanziarie.
A Hódmezővásárhely, dopo una visita medica, è stato concesso ai rifugiati più abbienti di essere ospitati in abitazioni private; tuttavia, il rimborso delle spese di assistenza per i più poveri ha causato alcune incertezze giuridiche, come riportato da un giornale locale.

Anche a Pécs le differenze culturali e linguistiche hanno causato un grave conflitto, poiché gli italiani non volevano accettare i piatti ungheresi.

Gli attriti tra i rifugiati e la popolazione locale si manifestano anche in piccoli episodi quotidiani. Un numero della rivista Sopronvármegye riporta un episodio avvenuto a Csorna, in cui si racconta che un rifugiato chiese del pane a una famiglia del posto e l’italiano voleva pagarlo, ma la somma che offrì era considerata eccessiva. L’articolo spiega che, a causa delle barriere linguistiche, alcuni commercianti approfittano di queste persone, che quindi pagano di più per le merci rispetto agli ungheresi e, di conseguenza, i prezzi aumentano costantemente.
La corrispondenza dei rifugiati italiani, del resto, veniva tenuta sotto controllo e sottoposta a ispezione. Anche se non erano sottoposti a sorveglianza da parte della polizia o dell’esercito, si cercava comunque di prevenire eventuali attività di spionaggio e di raccolta di informazioni.

La posizione ufficiale, tuttavia, rimase invariata per tutto il tempo: nonostante l’antipatia nei confronti degli italiani, dovuta all’entrata in guerra dell’Italia, era necessario sostenere i profughi italiani in possesso della cittadinanza austro-ungarica.

Una speranza per il rimpiazzo della forza lavoro?

Le autorità ungheresi confidavano nel fatto che i rifugiati in arrivo avrebbero contribuito a colmare nel settore agricolo e in vari settori dell’industria la carenza di manodopera mancante a causa del servizio militare. A tal fine, dopo l’arrivo degli italiani, tutte le province e le regioni interessate iniziarono a effettuare dei sondaggi per censire la manodopera necessaria.

Tuttavia svanì presto questo sogno dei dirigenti locali, poiché la maggioranza dei nuovi arrivati era costituita da donne, bambini e anziani, mentre erano rimasti pochi uomini in età da lavoro che potessero essere impiegati nel settore agricolo.

Nei censimenti, accanto a quasi tutti i nomi compare solo l’indicazione che la persona non è idonea al lavoro agricolo; alcune persone sono adatte solo all’aratura, eventualmente alla sarchiatura o alla vendemmia, ma queste poche persone per ogni insediamento non sono in grado di colmare la carenza di manodopera agricola nella regione.

Alla luce di ciò, nella zona di Sopron cominciarono ad apparire sulla stampa opinioni secondo cui gli italiani erano «estremamente pigri», ma non si trattava di un caso isolato: opinioni simili emersero anche nella provincia di Szilágy. L’antipatia e l’ostilità si fecero sempre più intense con il passare delle settimane. Solo pochi articoli avvertivano la popolazione che quelle persone non erano in grado di svolgere il lavoro richiesto e che, pertanto, i contadini dovevano trattarle con ragionevolezza.

Gli italiani erano in grado di svolgere solo pochi lavori agricoli, il che rappresentava un grave problema, ad esempio, per la provincia di Sopron, poiché anche lì l’agricoltura costituiva la parte preponderante della produzione. In base alle fonti d’archivio c’erano comunque stranieri che riuscivano a trovare lavoro nella fabbrica di ferro di Sopron, nella fabbrica di pipette di Jacobi o nella costruzione della caserma.

La caserma Károly di Sopron, la cui costruzione iniziò nel 1915 e ai cui lavori parteciparono anche profughi italiani.La caserma Károly di Sopron, la cui costruzione iniziò nel 1915 e ai cui lavori parteciparono anche profughi italiani.
(Fonte: Sopronanno.hu)

Il fallimento nel ricorso alla manodopera italiana divenne una delle fonti di tensione sociale più acute nel fronte interno. Nell’agricoltura ungherese, durante i lavori di raccolta dell’estate 1915, sarebbe stato indispensabile un rimpiazzo della manodopera, cosa su cui anche le autorità facevano affidamento, ma i profughi italiani non riuscirono a sostituire il lavoro degli uomini ungheresi inviati al fronte.

E adesso dove si va? – Viaggio a Leibnitz e a Wagna

Nel settembre 1915 il Ministero degli Interni ordinò il trasferimento dei profughi italiani a Leibnitz e a Wagna, nei pressi di Graz. Diversi comuni diedero inizio al trasferimento della popolazione, come avvenne anche nel caso di Sopron, dove i primi vagoni partirono il 4 settembre 1915 alla volta di Leibnitz. Nel caso di Pécs, però a causa dell’aumento del traffico militare il trasporto si è protratto fino al 10 ottobre, il che ha dato origine a una grave controversia amministrativa sui costi dell’approvvigionamento.

A Szeged, invece, i rifugiati in partenza hanno salutato il capo revisore Sándor Scultéty con una cerimonia di ringraziamento e gli hanno anche consegnato una lettera di ringraziamento, pubblicato anche dal quotidiano locale Szeged és Vidéke.

Il trasporto dei profughi e il loro trasferimento a Leibnitz richiesero un enorme sforzo da parte della rete ferroviaria austro-ungarica e della logistica militare. Nei mesi di settembre e ottobre del 1915, i treni coordinati dal Ministero degli Interni trasportarono ininterrottamente i profughi italiani e sloveni dalle province ungheresi. Fino a quel momento erano state accolte sul territorio del Paese più di 25.000 persone e il loro trasferimento procedeva a rilento. Prendendo come esempio la provincia di Sopron, degli 2.500 profughi qui ospitati, gli ultimi italiani riuscirono a lasciare la loro dimora temporanea solo all’inizio di ottobre.

Il campo di baracche di Leibniz su una cartolina d’epoca.Il campo di baracche di Leibniz su una cartolina d’epoca.
(Fonte: https://www.wiener-werkstaette-postkarten.com/de/)

Anche gli articoli sulla partenza avevano toni diversi. Alcuni giornali hanno accolto con sollievo il fatto che gli italiani se ne andassero e che i comuni potessero tornare alla normalità. Altri resoconti hanno invece messo in risalto l’aiuto offerto dalla popolazione locale e i momenti dell’addio. Queste esperienze personali suggeriscono che, dietro le generalizzazioni apparse sulla stampa, si celassero spesso esperienze individuali molto diverse tra loro.

C’era chi aveva scelto di restare qui; era il caso, ad esempio, di una famiglia di Sopron, in cui una delle donne (la signora János Morin) era incinta, per cui, con il permesso del viceprefetto e del consiglio comunale, poterono rimanere in città. Gli altri membri della famiglia trovarono lavoro nella fabbrica di articoli in ferro di Sopron, ma nei documenti d’archivio non vi sono informazioni sul loro destino successivo.

Sulle fonti

Il materiale disponibile è molto ricco e variegato dal punto di vista giornalistico a livello nazionale, tuttavia le fonti d’archivio necessarie per la loro verifica non sono accessibili ovunque. Nel caso della contea di Sopron la situazione è particolarmente difficile, poiché la documentazione relativa al periodo oggetto di ricerca è giunta fino a noi in modo estremamente lacunoso per diversi motivi. Le fonti d’archivio utilizzate nella tesi provengono dall’Archivio di Sopron, Archivio della provincia di Győr-Sopron-Moson dell’Archivio Nazionale Ungherese, in particolare (MNL-GYMSMSL).

Bibliografia

Fonti giornalistiche:
Soproni Napló 19. évf.; Sopronvármegye 18. évf.; Pápai Közlöny 25. évf.; Pécsi Ujlap 9. évf.; Szeged és Vidéke 14. évf.; Balatonfelvidék 19. évf.; Dunántúl 5. évf.; Vásárhelyi Reggeli Ujság.
Fonti secondarie:
Marosvári Attila: Nemkívánatos idegenek. (EKI Műhelykiadványok 3.) Bp. 2025.
Scheer, Tamara: Die Ringstraßenfront Österreich-Ungarn, das Kriegsüberwachungsamt und der Ausnahmzustand während des Ersten Weltkrieges. Wien 2010.

Tradotto da Juhász Balázs.

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